Antiretorica: persone e luoghi
Sto iniziando ad individuare i frequentatori del Centro Sociale Anziani Giorgio Costa grazie alla curiosità che li porta ad avvicinarsi al nostro piccolo cantiere e a interessarsi chiedendo, suggerendo azioni e tecniche intorno al forno in costruzione. Questa mattina ho avuto occasione di parlare in maniera più approfondita con Franco, uno dei nostri principali interlocutori presso il Centro, che si è avvicinato chiedendoci il perché di questa passione per il pane e la costruzione di un forno. Franco viene da Ferrara ma da lunga data abita a Bologna, dalla prima giovinezza agli inizi degli anni Cinquanta. E’ stato uno degli ultimi a vincere il concorso per lavorare alle Poste Italiane con la licenza di scuola media. La professione si è sempre unita alla passione politica che ha fatto di Franco un partecipante attivo della vita sociale bolognese, dai sindacati ai consigli comunali, dal P.C.I. alla fondazione del Centro Costa nei primi anni Ottanta e alla sua presidenza.
Ha visto tutta la trasformazione subita dall’area della Manifattura delle Arti e vissuto le contraddizioni di quella zona che aveva aperto, con i finanziamenti stanziati a Bologna Città della Cultura 2000, aspettative, desideri, progetti, richieste, ridotti poi a clamorose delusioni e petizioni. Conosce la storia di quell’area in cui prima del rinnovamento degli anni Ottanta si trovavano il mulino ad acqua per la macina del grano (ora sede della Facoltà di Scienze della Comunicazione), il Forno del Pane (MAMbo) e il Macello Pubblico (Cineteca).
Mi racconta la storia del Centro Sociale, nato nei primi anni Ottanta all’interno dell’organizzazione comunale dei Servizi Sociali ma autogestito, e del luogo in cui si trova, un convento in origine circondato da orti e dalla casa dell’ortolano del 17° secolo. Storia raccontata anche ai giapponesi, sottolinea Franco, venuti in varie delegazioni a studiare il caso bolognese della partecipazione sociale.
Il centro è infatti uno dei trentasei enti dello stesso tipo presenti in città, e la regione Emilia Romagna è la più ricca di queste realtà, seguita da Toscana, Umbria, Veneto e da “qualcosa anche in Lombardia”.
Chiedo della petizione organizzata dalla comunità del quartiere contro il parcheggio di Riva Reno e Franco mi parla della sede storica della Manifattura dei Tabacchi, distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, nell’area dove ora si trovano gli uffici della Cineteca di Bologna e il Parco 11 Settembre.
Il luogo era rimasto chiuso per decenni prima che negli anni Settanta la sezione locale del P.C.I. decidesse di muoversi per rivendicare il luogo alla città.
Franco era tra coloro che un giorno decisero di sfondare il portone della Manifattura e di cominciare a ripulirla per mostrare al Comune la possibilità di rivendicare a livello Statale uno spazio spettante di diritto alla comunità cittadina.
Per parlare delle aspettative e dei diritti di una comunità locale su un’area che doveva essere pedonale e che ora si ritrova uno dei più spettacolari parcheggi multipiano del centro cittadino, Franco mi raccontava un’esperienza di crescita di consapevolezza civica compiutasi attraverso la dimostrazione di una possibilità da rivendicare pubblicamente.
Un gruppo di persone si è fatto tramite di una comunicazione complessa come può essere quella tra la comunità reale e le istituzioni e alla comunità ha consegnato la possibilità di riprendere in mano la cosa pubblica.
Confrontando questo racconto con altre modalità di riappropriazioni collettive più vicine a me, mi è rimasta la sensazione di una differenza profonda, laddove la parola occupazione oggi mi fa venire in mente il rischio di chiusura ideologica in cui vedo incorrere amici e conoscenti.


















