Il tribunale degli animali

Fu un pollo che zampettava tutto storto a bussare, con il becco, alla mia porta. Toc. Toc. Toctoctoc. Apro, so che sto sognando, ma apro. Il pollo spelacchiato, e un po’ bruciaticcio aveva l’aria di essere scampato a qualche disastro, di essersi sfilato dalla padella proprio all’ultimo. Con due occhi fuori dalle orbite, ricolmi di infinità tristezza, mi guardava, poi mi apostrofò: «v-vvi-vie-vieni,gl, gli, aaltri ti a-aspettano».
Il polletto parlava, nei sogni gli animali parlano, parlava tartagliando, forse reduce da qualche lager di polli, sfuggito per miracolo a un massacro industriale.
«Cosa vuoi» gli dissi.
«S-sei atteso. Se-e-i at-teso!».
«Atteso dove?»
Un’altra voce, proveniente da un’altra direzione, quasi un grugnito, mi intimò di sbrigarmi.
«Dai, non c’è tempo. È il tuo turno ora. Sei come gli altri. Sbrigati. Seguici, o ti stacco una mano». Fece il porco perentorio.
Li seguii timoroso. Dietro di noi due corvi ci scortavano. Ci inoltrammo nel bosco. Sapevo che era solo un sogno ma avevo ugualmente paura. Un sudore freddo mi colava dalle tempie, e il cuore quasi mi usciva dal petto. Il bosco era in penombra, il sole dietro le colline stava tramontando. Sarei voluto scappare, ma il grugnito del maiale che mi sorvegliava me lo impediva.
Altri uccelli si aggiunsero ai corvi. Attraversammo un torrente. L’acqua era bassa ma i pesci nascosti nelle rocce mi insultarono.
«Umano assassino. Mangiapesci infame, hai finito di farci del male». Un coniglio sbucò da dietro un dosso. Istintivamente pensai: te è da un po’ che non ti mangio. Non mangio più lepri e conigli da tanto tempo, mi ricordano troppo i gatti. Poi, così come era apparso, il coniglio sparì.
Le tenebre avvolgevano il bosco. Scricchiolii sinistri, ululati, rumore di rami pestati con forza, da cinghiali o da altri animali, ero circondato. Un corteo ci seguiva.
L’unica voce – il maiale taceva e continuava a fissarmi – che udii fu quella del pollo balbuziente:
«S-sei f-fritto».
Poi giungemmo a una radura, cinta da alberi alti, muti. Scossi solo, a volte, da un vento freddo. Al centro della radura c’erano due fuochi, crepitanti presagi. Tra i due fuochi, proprio nel mezzo si ergeva un’ imponente, solenne, mucca.
I falò erano alimentati da decine di scimmie che blateravano in lingue a me sconosciute. Sul lato destro della radura scorreva un ruscello, e doveva essere abbastanza profondo, perché era pieno di pesci di tutte le dimensioni. Non li vedevo, ma ne intuivo la grandezza, la rabbia, dal tono della voce. «A-s-s-a-s-s-i-n-o», gridavano.
«Vieni avanti, umano» disse la mucca. Poi continuò: «sei di fronte al Tribunale degli animali. Sei stato convocato per rispondere del genocidio perpetrato ai nostri danni da quelli della tua specie. Ma in questa sede risponderai solo dei tuoi crimini e non di quelli di altri. Io sono il presidente di questo tribunale».
«Ma sono morto?», dissi spaventato.
«Morto o vivo poco importa» e mi fecero sedere su di una pietra, con due cinghiali come guardiani.
Il tribunale era gremito di animali. Si vedevano colli di oche illuminati da una luna chiara. Scoiattoli ciondolanti sui rami più bassi di frondosi alberi che presero a lapidarmi con delle ghiande. Un gracidare di rane si perdeva nell’aria.
Accanto a me la pubblica accusa preparava, grugnendo, la sua arringa. L’avvocato dell’accusa era un vecchio porco, di un rosa spento, con una macchia nera sopra l’occhio sinistro. Alla mia sinistra miagolò quello della difesa, un gatto. Un mezzo randagio, che aveva conosciuto tempo addietro gli agi e le insidie della vita in comune con gli uomini, e che conservava un resto di simpatia per loro.
«Ce la metteremo tutta» mi sussurrò all’orecchio, «e nel peggiore dei casi patteggeremo».
Ero ancora stordito, spaventato e un po’ incredulo.
«Signor Porco, La prego…» fece la mucca presidente, ossequiosa alle regole del tribunale.
«Il suddetto umano, sin dalla più tenera età ha manifestato una spiccata predilezione per la carne dei miei simili. Nella fattispecie parlo della macellazione e del trattamento denominato salsiccia. Uno dei più efferati. Ma le nostre carni, ahinoi, usate in questo modo, salate e pepate, e preparate con altre spezie risultano, sembra, prelibatissime. Per non parlare delle carni dei miei fratelli e sorelle,» e si girò verso il pollo che ci guardava avido di giustizia «gli innumerevoli polli, disprezzati da tutte le religioni, le lepri, i conigli, i piccioni allevati nelle campagne, le quaglie, e mi perdoni Signor Presidente l’abuso di carni della sua specie, la cosiddetta carne rossa, i poveri vitellini, gli agnelli, le carni di ogni specie di pesce, saraghi, cernie, pescespada, pesce azzurro, alici, sardine, tonni, la mattanza dei tonni… chiedo il massimo della pena».
Il gatto imbastì un’ improvvisata difesa, dalla quale compresi che si trattava di un avvocato d’ufficio.
Il gatto parlava e io, sempre più lontano, fissavo le stelle, mentre il muso del maiale dell’accusa mi alitava sul braccio.
«…dunque, quest’umano è, sì colpevole ma di un’educazione sbagliata. Di una cultura dominante feroce, che ha trasferito sul cibo tutte le proprie ansie e ossessioni, quasi fosse un sismografo dello stato della corporalità umana, talché se ne deduce che…» gatto mio, gatto mio ammiro la tua buona volontà ma così è finita.
Finite le rispettive arringhe e la processione dei testimoni arrivammo alla fine del processo. Era notte fonda. Tutti gli animali tacevano. La mucca si era ritirata per deliberare, rientrò. E cominciò a leggere la sentenza, quando mi svegliai.

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